L’abito fa…la produttività?

Postato da Manuela Crovato il novembre 25, 2010

very nice shirts da Torley

Può il modo in cui ci vestiamo influenzare la nostra resa lavorativa? Presi da un’insaziabile curiosità, abbiamo cercato ricerche sull’argomento, senza trovare tuttavia nulla di soddisfacente. Vi sono infatti poche indagini (per altro tutte d’oltre oceano), prive di un responso univoco ed esaustivo: da una parte, le politiche di casual dress sembrano portare a un calo di entusiasmo e produttività, oltre che di forte assenteismo; dall’altra, al contrario, paiono incentivare il morale dei dipendenti e favorire la loro buona disposizione e produttività.

Alquanto sconfortati dai risultati, abbiamo optato per una piccola indagine interna tra i dipendenti e collaboratori di Project Group. A tale scopo ci siamo avvalsi delle domande di un sondaggio web condotto dal sito National Seminars Training e i risultati, a parte confermare la supremazia dello stile casual, non ci hanno rivelato, ahimé, nulla di decisivo.

La prima domanda, che mirava a capire quale fosse il genere di abbigliamento utilizzato personalmente sul luogo di lavoro, ha visto vincitore il business casual code, con ben il 40% delle preferenze, seguito dall’assenza di un codice d’abbigliamento personale con il 33%, da vestiti formali (20%) e, in misura minima, da uno stile grunge (7%).

Al secondo interrogativo “Il vostro modo di vestire vi rende più produttivi?” una netta maggioranza (53%) ha risposto di non credere che l’abito possa avere effetti sulla propria produttività, anche se la rimanente grande fetta di interpellati (47%) sostiene invece che ne abbia di positivi.

Esiti contrastanti anche al terzo quesito “Che tipo di dress code dovrebbe attuare la tua Società?” dove il 40% sostiene che l’organizzazione dovrebbe sposare un codice di abbigliamento più rigido, contro un 33% che vorrebbe invece che fosse totalmente libero.

Per esigenze di completezza: un 13% vorrebbe vedere uno stile più casual, mentre il rimanente 13% vorrebbe addrittura un’uniforme, giusto per non pensarci più…

Che dire dunque? Al di là dei risultati discordanti e che ci portano a pensare che l’abito, probabilmente, ha effetti positivi sulla produttività se… ci credi, ci piacerebbe sapere chi sono quei pochi che desidererebbero ardentemente indossare una divisa…e soprattutto: che tipo di divisa potrebbe mai avere un consulente Project?!?!

Fonti:

clothes-if-you-work-from-home/

http://www.bnet.com/blog/teamwork/does-casual-dress-affect-productivity/397

Categorie: Psicologia e lavoro
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  • mao chanel

    io sono favorevole all’utilizzo dell’uniforme, come avviene nelle scuole cinesi.

    infatti, la possibilità di acquistare ed esibire beni posizionali (cfr. Hirsch 1976), come l’abbigliamento firmato, può causare un sentimento di inadeguatezza tra le persone ed è un modo di rimarcare le differenze sociali. (cfr. Heath e Potter, 2004 e, contra, Derrick, 2005)

    Imporre alle persone di attenersi a un abbigliamento identico, invece, le costringe a differenziarsi in base a elementi sostanziali (alle proprie capacità) invece che in base a elementi squisitamente formali o, peggio, voluttuari (lo shopping). (cfr. Veblen, 1899)

    Paradossalmente, omogeneizzare l’abbigliamento è uno dei modi di allontanarsi da una logica tribale in cui il migliore è l’individuo con più risorse, e avvicinarsi a una società moderna in cui il migliore si distingue per l’intelligenza e il capitale relazionale, non per la pochette di Dior.

  • Project

    Grazie davvero per la bella risposta, soprattutto perché sollecita alla riflessione. Effettivamente, se in un primo momento, la divisa può ricondurci ad un’idea di costrizione ed omologazione, in un secondo step può mostrarci tutti i vantaggi che hai citato…
    E’ anche vero però che l’imposizione di una “uniforme”potrebbe essere letta dai più come un ostacolo alla libera espressione (che passa anche attraverso l’abito). L’ideale non sarebbe una mediazione tra la massima ostentazione e il totale riserbo?

  • Pio Insaccato

    sono d’accordo con mao chanel per quanto riguarda il mondo fisico, ma se la cosa viene rispecchiata nelle realta’ sintetiche quali secondlife (come da voi riportato nel post) l’abbigliamento trasla da ostentazione di risorse a parte integrante dell’espressivita’ della persona dietro all’avatar.
    Paradossalmente in un contesto in cui si e’ standardizzati a prescindere, il fashon puo’ acquistare una connotazione meno negativa che nel mondo fisico a cui siamo abituati.

  • Cristina Recenti

    sono d’accordo con Pino: l’abbigliamento può e dovrebbe essere uno strumento per esprimere la propria creatività!!! se poi uno non ha idee può sempre comprarle da altri….ma allora il suo personale segno nel mondo sarà più difficile da rintracciare…al limite solo nel DNA!!!

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