Abbiamo imparato a vestirci?

Postato da Manuela Crovato il novembre 29, 2010

James, I think your cover’s blown! da Ludovic Bertron

Non abbiamo trascorso l’ultimo mese tra gli armadi però qualche riflessione sul work dress code l’abbiamo fatta!

Ogni realtà organizzativa, si sa, possiede un più o meno esplicito codice di abbigliamento, ovvero un insieme di regole atto a disciplinare il modo di vestirsi nei diversi luoghi di lavoro; buone ragioni per la sua esistenza ci sono: evitare che qualcuno si presenti in ufficio in minigonna e tacchi a spillo, piuttosto che in infradito e bermuda, o dare un’idea di profes­sionalità e competenza nel caso di ambienti formali, che quindi richiedono abiti piuttosto rigorosi.

Tanti lavoratori sono costretti a indossare una vera e propria divisa, pare soprattutto per il forte senso di appartenenza e sentimenti di uguaglianza che suscita, e risparmio di tempo e denaro.

Per tutti coloro che sono costretti a regole d’abbigliamento ferreo per tutta la settimana (lavori in divisa esclusi), abbiamo scoperto l’esistenza del Casual Friday, il venerdì di trasgressione, durante il quale è lecito indos­sare jeans, magliette e scarpe da ginnastica, il tutto per favorire un’atmosfera rilas­sata, allegra e di festa.

La questione del work dress code è legata, tuttavia, anche a fenomeni che superano il contesto organizzativo. Ci riferiamo per esempio alla campagna ecologica Cool Biz e a quella di “costume”, come la tendenza americana di stare a piedi scalzi, dappertutto, anche in ufficio.

Dulcis in fundo non potevamo farci mancare un piccolo sondaggio interno a Project Group, teso a sondare la relazione tra modo di vestirsi e produttività. I risultati, discordanti, ci hanno portato a pensare che l’abito, probabilmente, ha effetti positivi sulla produttività solo se ne sei convinto.

Ben lieti di accogliere vostri commenti e opinioni riguardo ai temi trattati, desideriamo anticiparvi il prossimo argomento: il Natale sul lavoro

Categorie: Psicologia e lavoro
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