Qualche dritta per non diventare un bad boss

Postato da Manuela Crovato il aprile 24, 2013

 

Immagine di osipovva

Tema piuttosto caldo quello del “boss”. Tutti ne abbiamo uno, lo abbiamo avuto…o addirittura lo siamo noi stessi! Il web impazza di articoli sull’argomento. Ad esempio? Avete mai pensato a cosa possa rendere un capo, un cattivo capo? Susan M. Heathfield di About.com se l’è chiesto e ha lanciato un sondaggio sul suo sito. Naturalmente, oltre a chiedere il contributo del pubblico, fornisce già alcuni spunti interessanti. Sentite un po’.

Il cattivo boss: è colui che dà indicazioni insufficienti (non si pone come una valida guida, chiara, sicura e che orienta) e che non riconosce un lavoro ben fatto; è volubilee cambia idea secondo il proprio capriccio; è eccessivamente critico e pignolo sul lavoro dei propri collaboratori; sminuisce e demotiva il proprio team.

Se convertiamo questi difetti “in positivo” ricaviamo facilmente molte delle caratteristiche che un valido capo dovrebbe avere…e questo mi sembra un buon primo passo.

Ma facciamoci aiutare da Graham Scrivener, autore di “Don’t be a bad boss“. Si rivolge direttamente ai capi e pensa bene di smorzarli sin dall’inizio: “Non pensate che essere un capo vi fornisca automaticamente l’autorità per esercitare il vostro ruolo” (sott’inteso: dovete sudarvela; io aggiungo: meglio ancora se all’autorità riuscirete ad esercitare autorevolezza). Concentratevi sulle cose davvero di valore, al di là della loro urgenza, e non dimenticate che dovreste scegliere e orientare più che eseguire. Indicazioni, queste e le successive, riassumibili in un verbo: delegare, ovvero far fare e affidare ai collaboratori l’esecuzione dei compiti. La capacità di circondarsi delle persone giuste, si dall’inizio, è un prerequisito fondamentale, fidarsi di loro è il passo successivo. Heather Mcarthur parla proprio di questo in “Move the needle on engagement: build trust with leadership“. Vi si leggono preziosi consigli per i leader, sulla costruzione della fiducia verso i propri collaboratori. Raccomanda, in primis, di umanizzare la leadership, ovvero prevedere momenti di confronto diretto con i colleghi o di supporto sui lavori eseguiti; di comunicare spesso con i collaboratori, tenendoli quotidianamente aggiornati sulle questioni più importanti; di essere degli attenti ascoltatori di bisogni ed esigenze, pronti e celeri nel fornir le risposte opportune. “Last but not least”: essere trasparenti, ovvero non cercare di nascondere eventuali problemi o questioni, ma dichiararli apertamente, accettando la collaborazione di tutti.

 

Categorie: Benessere organizzativo Management
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